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COSA

CFP per il convegno “Celui qui parle, c’est aussi important! Forme e declinazioni della funzione-autore tra linguistica, filologia e letteratura” promosso dall’Università degli studi di Udine e dall’Università degli studi di Trieste.

Comitato organizzativo: Dario Capelli, Bianca del Buono, Marco Favero, Elena Gallo, Elena Pepponi, David John Watkins.

Comitato scientifico: Sergia Adamo (Università di Trieste), Leonardo Buonomo (Università di Trieste), Silvia Contarini (Università di Udine).

QUANDO E DOVE

Udine, 25-26 marzo 2021.

TEMA

A partire dagli anni Sessanta del Novecento, la figura dell’autore è stata oggetto di una riflessione critica che ha assunto molteplici prospettive e applicazioni nell’ambito degli studi linguistico-letterari (si vedano le sintesi di Burke 1992; Couturier 1995; Compagnon 2012), fino a coinvolgere le più recenti forme di scrittura e di elaborazione del discorso legate alla rivoluzione digitale. In particolare, nel contesto di un rinnovamento interno alla Teoria della letteratura su basi strutturaliste e saussauriane, la «morte dell’autore» sancita da Barthes (1961) aveva inaspettatamente offerto l’occasione per ridefinire l’essenza, il ruolo e lo statuto dello stesso — occasione che sarebbe stata colta, in prima istanza, da Michel Foucault nell’intervento Qu’est-ce qu’un auteur? presentato al Collège de France il 22 febbraio 1969. Rinunciando a qualunque interferenza dell’elemento individuale e soggettivo, Foucault aveva infatti definito l’autore come una vera e propria «funzione» destinata a manifestarsi in alcuni spazi specifici (nome, rapporti di appropriazione e attribuzione, «posizione» rispetto alla propria opera), o ad evolversi in direzione di una discorsività condivisa indipendente dal soggetto originario, arrivando così a evidenziare il suo carattere complesso e articolato (Foucault 1969).
 
Al di là dei limiti posti da un’analisi storicamente e ideologicamente connotata, la problematicità della questione autoriale risulta ben lontana dall’essersi esaurita e continua a offrire numerosi spunti di ricerca nei diversi ambiti della linguistica, della filologia e della letteratura: se nella definizione di una moderna concezione autoriale era stato necessario chiedersi, recuperando le provocatorie parole di Beckett, «qu’importe qui parle?», le questioni che ancora oggi possono essere indagate attraverso la specola dell’autorialità costituiscono una testimonianza eloquente della sua importanza per ciascuna delle tre discipline citate.

In una prospettiva linguistica è opportuno sottolineare che la riflessione sul soggetto precede di qualche anno gli studi di Barthes e Foucault: l’importanza e la riconoscibilità dell’imprinting individuale nel mutamento linguistico, sia di matrice endogena sia all’interno di dinamiche di contatto, erano state infatti indagate tanto da Migliorini (1952; 1975) quanto da Spitzer (1956). Come fa notare Spitzer (1956: 66), infatti, potenzialmente ogni parlante può intervenire con «individual innovation in word-formation» che poi vengono «ratified by a community». Ogni parlante, dunque, è in potenza un creatore di lingua, indipendentemente dal suo grado di consapevolezza. Parimenti, lo studio dell’analisi del discorso offre interessanti spunti di riflessione: in questo ambito è in effetti possibile considerare l’immagine dell’autore non tanto nella sua componente biografica, quanto nella sua immagine discorsiva costruita all’interno del testo – letterario e non solo (Amossy 2009; Korthals Altes 2014). Ci si ricollega in questo modo alle teorie e alle ricerche incentrate sull’ethos del locutore, ovvero sulla rappresentazione che quest’ultimo può costruire, in termini di autorità e di credibilità, mediante determinate strategie discorsive con l’obiettivo di veicolare al destinatario una precisa immagine di sé (Amossy 2000; Plantin 2011).

Relativamente al discorso filologico, un primo campo d’analisi riguarda le questioni dell’autorialità e dell’autorità declinate all’interno del Medioevo, una fase storica in cui queste due questioni erano spesso concepite in maniera diametralmente opposta rispetto a oggi.  Sulla scia del dibattito generatosi con Barthes e Foucault ( si veda l’introduzione a Coxon 2001), negli ultimi decenni la medievistica ha indagato con i propri strumenti questo fenomeno: un caso peculiare è, per esempio, dato dall’ambito germanico, dove le testimonianze su un autore sono solitamente scarne o del tutto assenti. Non è raro che, come nel caso della poesia gnomica o di testi didattici in area tedesca, si decida volutamente di sacrificare la rilevanza dello scrittore a favore dei  «nomi autorevoli» dei Padri della Chiesa o dei maister citati o menzionati in tali scritti (Gottschall 2018). L’invenzione della stampa, da questo punto di vista, rappresenta una vera e propria rivoluzione, giunta al culmine di un lungo processo di presa di coscienza da parte dell’autore della sua rilevanza in contrapposizione alla tradizione di auctoritas riservata agli autori classici. Come esempi di questa indagine, si possono richiamare il colloquio Autor und Autorschaft im Mittelalter tenutosi a Meißen nel 1995 e il simposio Autor – Autorisation – Authentizität di Aquisgrana del 2002. 

Un secondo ambito di particolare rilevanza è quello della filologia d’autore. Coniato da Dante Isella (1987), questo sintagma è erede di un percorso scaturito da un primo dibattito tra Giuseppe de Robertis, Gianfranco Contini e Benedetto Croce e identifica «da un lato [lo] studio dell’elaborazione di un testo di cui ci è giunto l’autografo e che reca in sé tracce di correzioni e revisioni d’autore (opus in fieri), dall’altro [l’]esame delle diverse redazioni, manoscritte o a stampa, di un’opera» (Italia-Raboni 2010: 9). Una questione metodologica ancora oggi dibattuta riguarda le varianti d’autore, specialmente dopo che numerosi critici, a partire da Cerquiglini e il suo Éloge de la variante (1989), hanno dato sempre minore risalto alla scelta di una singola variante, andando a preferire lo studio delle variae lectiones nella loro interezza.

Nell’ambito del discorso letterario è necessario segnalare un rinnovato interesse per la figura autoriale a partire dagli anni Zero, riconducibile alla stagione socio-culturale dell’Ipermodernità. La ricerca di «nuovi confini per il letterario» posta in rilievo da Donnarumma 2014 ha infatti determinato un sensibile ampliamento delle scritture di non-fiction, imponendo una riflessione sui caratteri essenziali della finzionalità e sui labili confini esistenti tra fiction e realtà, particolarmente fluidi nel caso del racconto di un’esperienza (Rüth-Schwarze 2016; Lavocat 2016). La proliferazione di tali scritture, del resto, sembra favorire un rinnovamento della funzione autoriale in termini di responsabilità etica, poiché in molteplici occasioni «il coinvolgimento diretto di chi scrive» diviene «un modo per fondare nell’esperienza l’autorità di chi analizza una parziale realtà sociale o un problema di rilevanza pubblica» (Donnarumma 2014: 119). Nello stesso torno di anni si dovrà rilevare, in ambito teorico, il significativo recupero della nozione d’autore tradizionalmente esclusa dalle grandi narratologie del Novecento (Giovannetti 2015: 58-65): si tratta di una tendenza diffusa che coinvolge la critica anglosassone (Walsh 2007; Dawson 2013) e francese (Patron 2009) con alcune propaggini nel contesto italiano (Ballerio 2013), e che ha portato persino all’elaborazione di concetti nuovi (come quello di posture formulato da Meizoz 2007; 2016). 

Al di là delle questioni strettamente teoriche, la problematizzazione della figura autoriale costituisce uno strumento d’indagine fondamentale per una variegata moltitudine di generi e di forme letterarie: ciò risulta evidente per l’autobiografia tradizionale e per il genere ibrido dell’autofiction (Delaume 2010; Marchese 2014), ma può anche rivelarsi efficace in alcuni casi particolari di biofiction (Castellana 2019). Tra i fenomeni di autorialità complessa si possono inoltre indicare i processi di moltiplicazione delle istanze autoriali, laddove editori, rifacitori e traduttori intervengano direttamente su un testo d’autore, acquisendo un ruolo determinante sia sul piano compositivo sia nella circolazione del testo stesso. Un caso particolare di tali processi riguarda, infine, l’autorialità plurima, rintracciabile per esempio nelle prose giornalistiche, nei prodotti ibridi come i libretti d’opera, nelle scritture «a quattro mani» o dichiaratamente «collettive».

Senza escludere una contaminazione tra le diverse voci che nel tempo hanno animato il dibattito sull’autorialità, si propongono i seguenti ambiti di indagine – da intendersi come suggerimenti e linee di ricerca non esclusive:

  1. Autore e autorialità nel Medioevo
  2. (Pseudo)anonimato
  3. Ethos e immagine dell’oratore del discorso
  4. Rapporti tra autore e traduttore
  5. Figure ibride di autorialità (editori, rifacitori etc.)
  6. Individualità autoriale e mutamento linguistico
  7. Statuto ontologico dell’autore tra factualité e fictionnalité
  8. Autorialità diffusa
  9. Autorialità e fissazione del canone (con possibili rimandi alle questioni di genere)

SCADENZA E CANDIDATURA

Tutti gli interessati sono invitati a inviare, entro il 30 settembre 2020, all’indirizzo e-mail autorialitaudine2021@gmail.com un file in formato pdf, che dovrà contenere:

  • Il titolo dell’intervento;
  • Un abstract in italiano o in inglese, della lunghezza massima di 1000 battute;
  • Nome, cognome, università di afferenza, titolo dell’intervento e un breve profilo bio-bibliografico.

Il file dovrà essere rinominato secondo il seguente schema: Autorialità_Cognome del candidato_PROPOSTA.    

Ogni partecipante è invitato a rispettare la durata massima (20 minuti) per il proprio intervento, di cui è prevista una successiva pubblicazione. Il comitato organizzatore provvederà a comunicare tramite e-mail l’accettazione delle singole proposte entro il 31 ottobre 2020.  


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